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| I
primi pescatori
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tratto da:
San
Vincenzo e la pesca del pesce azzurro
di Vinicio Biagi
per gentile concessione dell'autore |
Fra tutte le notizie raccolte un dato pare emergere: San Vincenzo è forse
l'unico centro della costa di Maremma dove la pesca si è sviluppata,
dopo un'iniziale "colonizzazione" genovese, per iniziativa
di genti del luogo che seppero trasformare un'attività di
manovalanza dipendente in una vera e propria imprenditoria che, sia
pur con i limiti imposti dalle condizioni di vita del tempo, si può definire "armatoriale".
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Nella seconda metà del
1700 la popolazione del borgo, a parte una modesta presenza militare,
era in gran parte dedita alle occupazioni tipiche della gente di
Maremma: bracciantato agricolo per una terra poco produttiva perché mal
coltivata, taglio del bosco e produzione di carbone, lavori per altro
che seppur modesti erano preferibilmente affidati a maestranze che
provenivano sia dalla Garfagnana che dalle terre dell' Appennino.
Nei primi decenni del 1800 qualcuno
cominciò ad imbarcarsi sui leudi dei Genovesi e fu certo
su quelle barche, che pescavano stagionalmente, che si cominciò ad
apprendere un nuovo mestiere. |
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Un dato riveste per noi importanza notevole: poco dopo il 1850 è presente
sulla spiaggia di San Vincenzo tale Agostino Mancini, che la tradizione
definisce come "livornese" ma che probabilmente proveniva
dal litorale pisano, che esercitò stagionalmente una ben precisa
attività di pesca. La stagionalità di questa presenza
ci è evidenziata dal fatto che una figlia del Mancini, Giovanna,
nasce a Pisa nel 1863. Nell'ultimo quarto del secolo il Mancini
si stabilisce definitivamente a San Vincenzo dove Giovanna, dopo aver
contratto matrimonio con Raffaele Federici di origine lombarda,
che
come finanziere prestava servizio nella locale caserma della Guardia
di Finanza, si allontana dal paese per seguire il marito che nel
frattempo, dopo aver lasciato la vita militare, aveva trovato impiego
nelle Ferrovie.
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passamano con
le "corbe" piene di sardine
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Le poche notizie che ci restano di Agostino Mancini, affidate alla memoria di
uno dei suoi ultimi bisnipoti, Romano Federici, ci restituiscono l'immagine
assai nitida di un uomo di mare di stampo antico che navigava con ogni tempo
poiché la sua vita di pescatore non consentiva riposo. I suoi mestieri
che pare non riguardassero la pesca del pesce azzurro, erano le reti da posta,
trama gli e bestinare e soprattutto la faticosa "rezzòla" che
gli imponeva talora notevoli spostamenti e una notizia, ormai non più verificabile,
ci tramanda che il Mancini, nella sua giovinezza vissuta sul mare di Livorno,
avesse fatto parte di quella flottiglia di barche coralline che "pescavano
corallo per il Granduca".
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Altra notizia più certa
ci ricorda come questo pescatore, spesso nelle notti d'inverno
,mentre faceva vela verso Castiglione della Pescaia, allora
povera borgata malarica sul limitare di un grande padule, per
calare la sua "rezzòla" sulle sterminate spiagge
dove, insieme ad altre fiumare, sfocia l'Ombrone, fosse costretto
a prendere terra sulla spiaggia di Scarlino per... raccattare
qualche pezzo di carbone dai grandi ammassi di questo prezioso
combustibile che erano presenti sulla riva in attesa d'imbarco.
Erano quei pezzi di carbone, destinati al braciere di bordo,
l'unico mezzo per affrontare il gelo di quelle notti e pertanto
gli... scrupoli che i vigilanti dello scalo intendevano frapporre
alla... raccolta, non potevano avere gran rilevanza per il robusto
e deciso Mancini. Che anzi una notte invitò con decisione
manesca, una delle guardie della Fiumara ad accompagnarlo fino
a Castiglione onde a tutti fosse chiaro lo stato di necessità che
spingeva... al prelievo! |
Un altro racconto che poi pare
tornare verso la leggenda ci narra di un' altra presenza a
bordo di quella barca gelata:
un uomo irsuto e di aspetto sinistro, che si era presentato
all'imbarco di San Vincenzo in compagnia di un altro figuro
parimenti poco
raccomandabile, fu ospite, non sappiamo se liberamente accettato
o perentoriamente imposto, di Agostino Mancini, in uno dei
frequenti viaggi notturni verso le spiagge castiglionesi. Quell'uomo
era
Domenico Tiburzi, il bandito, che dopo uno dei suoi viaggi
nelle terre di Campiglia, dove pare godesse di una qualche
protezione, tornava nel cuore del suo regno di forre e di ipogei
nelle
terre
grossetane e viterbesi dove la sua presenza raminga e brutale
sconfinava
ormai nella leggenda. |

lampare
sulla spiaggia |
Ancora un ricordo
ed anche questo è legato
ad una
notte d'inverno ed è ricordo di naufragio: dopo ore di lotta col mare
in tempesta l'albero della barca, stroncato da un colpo di vento, era rovinato
sullo scafo distruggendo gran parte della murata e provocando un rapido affondamento.
Il Mancini, praticamente nudo, dopo una lunga nuotata afferrato ai rottami della
sua barca riuscì a prendere terra, aggrappato ad un remo, non troppo lontano
dal paese dove ormai lo davano per morto. Quando il Mancini morì nel 1906
,già da qualche anno Raffaele e Giovanna avevano fatto ritorno al paese
forse proprio a causa delle ormai cagionevoli condizioni di salute del vecchio
pescatore.
Negli stessi anni nei quali il Mancini aveva fissato la propria residenza in
San Vincenzo, praticamente sul finire del 1860, si era stabilito in paese un
altro pescatore, Giuseppe Ferraro che in quanto proveniente da Marciana Marina
era conosciuto come "l'Isolano". Giuseppe era figlio di Nicola Ferraro
la cui famiglia di origine pozzolana si era stabilita nel paese elbano nei primi
anni del 1800 impiantandovi un'attività di pesca di una qualche rilevanza.
Giuseppe si era trasferito a San Vincenzo dopo essersi unito in matrimonio con
una donna di Campiglia e in quanto proveniente da un luogo ricco di tradizioni
di pesca quale appunto era Marciana Marina, aveva portato nel suo nuovo domicilio
molte "novità": a lui si deve la comparsa nel mare di San Vincenzo
delle prime totanaie e soprattutto la pesca notturna con fiocina e sorgente luminosa
ed un impiego particolarmente efficace e razionale dei palamiti. Alcide, figlio
di Giuseppe, continuò l'attività del padre fino al suo trasferimento
in Piombino dove aveva ottenuto un posto di lavoro in uno stabilimento metallurgico
e si ricorda che lo stesso Alcide nel 1907 nel corso di una delle più catastrofiche
alluvioni del fiume Cornia che aveva sommerso l'intero paese di Venturina, allora
villaggio di poche case, e la circostante campagna dove ormai sorgevano molte
abitazioni coloniche, si prodigò con particolare coraggio nel salvataggio
di varie famiglie rimaste isolate. Tanto efficace fu l'aiuto portato dal pescatore
che il Consiglio comunale di Campiglia gli tributò un encomio al quale
fece seguito il conferimento ministeriale di medaglia di bronzo al Valor Civile.
La famiglia Ferraro che cessò l'attività di pesca proprio con Alcide
ebbe nel piccolo mondo della marineria da pesca di San Vincenzo una sua ben precisa
collocazione dal momento che fu una delle poche a non praticare, se non marginalmente,
la pesca del pesce azzurro concentrando la propria attività nell'impiego
di reti da posta e di palamiti. |
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